La giurisprudenza di legittimità è tornata a pronunciarsi sui presupposti per il riconoscimento della cosiddetta "violenza assistita" all'interno dei procedimenti per maltrattamenti in famiglia.

Quando i litigi diventano maltrattamenti?

Il caso esaminato riguardava un uomo accusato di avere sottoposto la compagna a ripetute aggressioni fisiche, minacce, insulti e limitazioni della libertà personale, verificatesi anche durante la gravidanza della donna e in presenza del figlio minore. La difesa sosteneva l'insussistenza dell'aggravante legata alla presenza del minore, eccependo la mancata prova della sua effettiva percezione degli episodi.

La Corte di Cassazione ha chiarito che il discrimine tra la semplice conflittualità reciproca (pur accesa) e il reato di maltrattamenti non risiede nella frequenza dei litigi, bensì nell'esistenza di una asimmetria relazionale, caratterizzata dalla persistente affermazione di potere di un soggetto sull'altro.

Violenza assistita: è necessario dimostrare un danno immediato?

Con riferimento all'aggravante della presenza del minore, la Corte ha confermato che la sua configurabilità richiede l'accertamento che il bambino sia stato esposto a condotte maltrattanti tali da rendere prevedibile un'incidenza negativa sul suo normale sviluppo psicofisico.

Nel caso specifico, l'esposizione abituale del minore a episodi di violenza e la presenza di segnali di disagio (come pianto frequente e difficoltà ad addormentarsi) sono stati ritenuti elementi sufficienti a integrare il rischio di compromissione dello sviluppo.

Come affrontare una situazione di violenza domestica

In presenza di contestazioni legate alla violenza assistita, la valutazione richiede un esame attento delle testimonianze, della documentazione e delle dinamiche familiari, evitando di ridurre la violenza a un mero conflitto di coppia.